Il gatto nero

E’ un pò lungo….ma questo racconto è bellissimo!!

 Per il racconto piu’ straordinario, e al medesimo tempo
piu’ comune, che sto

per narrare, non aspetto ne’ pretendo di essere creduto.
Sarei davvero pazzo a

pretendere che si presti fede a un fatto a cui persino i
miei sensi respingono

la loro stessa testimonianza. Eppure pazzo non sono, e
certamente non vaneggio.

Ma domani morro’, e oggi voglio scaricare la mia anima. Mio
scopo immediato e’

di porre innanzi al mondo, in modo piano, succinto, e senza
commenti, una serie

di casi semplicemente domestici. Nel loro concatenarsi
questi fatti mi hanno

terrificato, mi hanno torturato, mi hanno annientato. Non
tentero’ tuttavia di

spiegarli. Per me essi non hanno rappresentato che orrore;
a molti invece piu’

che terribili essi sembreranno BAROQUES. In seguito forse
un intelletto sapra’

condurre il mio fantasma al senso comune, un intelletto
piu’ calmo, piu’

logico, meno eccitabile del mio, il quale scorgera’ nelle
circostanze che io

descrivo con terrore, null’altroche un normale susseguirsi
di cause e di

effetti naturalissimi.

 
Sin dall’infanzia sono stato conosciuto per la docilita’ e
la mitezza del mio

carattere. Ero talmente tenero di cuore, anzi, che i miei
compagni mi avevano

preso a soggetto delle loro beffe. Amavo soprattutto gli
animali, e i miei

genitori mi avevano concesso di possedere una grande
varieta’ di bestiole

preferite. Passavo con questi animaletti la maggior parte
del mio tempo, e la

mia piu’ perfetta felicita’ consisteva nel nutrirli e
nell’accarezzarli. Questo

tratto caratteristico della mia indole crebbe in me coll’andare
degli anni e,

divenuto adulto, trassi da cio’ una delle mie principali
fonti di

soddisfazione. A coloro che abbiano provato un vivo affetto
verso un cane

fedele e intelligente non occorrera’ che io spieghi la
natura e l’intensita’

del piacere derivante da questa tendenza. Vi e’ qualcosa
nell’amore spoglio di

egoismo e ricco di sacrificio di una bestia senz’anima, che
va direttamente al

cuore di colui che abbia frequenti occasioni di saggiare la
pacchiana amicizia

e l’instabile fedelta’ del cosidetto UOMO.

 

Mi sposai giovane, e fui felice di ritrovare in mia moglie
una tendenza non

contrastante con la mia. Avendo notato la mia debolezza
verso gli animali

domestici, non perdeva occasione di procurarmi quelli che
mi piacevano. Avevamo

diversi uccelli, dei pesciolini, un bel cane, alcuni
conigli, una scimmietta, e

UN GATTO. Quest’ultimo era un animale bellissimo, di
grossezza notevole,

completamente nero, e straordinariamente intelligente.
Parlando della sua

intelligenza, mia moglie che in cuor suo non era scevra di
una certa punta di

superstizione, faceva frequenti allusioni all’antica
credenza popolare secondo

la quale tutti i gatti neri siano streghe travestite. Non
che ella si

esprimesse mai SERIAMENTE su questo punto, e cito questo
particolare soltanto

perche’ mi capita ora, proprio per caso, di ricordarlo.

 

Pluto, cosi’ si chiamava il gatto, era il mio animale
preferito e il mio

compagno di giochi. Io soltanto gli davo da mangiare, ed
egli mi seguiva

dovunque, per casa: anzi duravo fatica a impedirgli di
accompagnarmi persino

per la strada.

 

La nostra amicizia si protrasse cosi’ per parecchi anni,
durante i quali il mio

temperamento e il mio carattere in genere, ad opera del
demone Intemperanza

(arrossisco nel confessarlo), subirono un radicale
mutamento verso il peggio.

Ero divenuto di giorno in giorno piu’ scontroso, piu’
irritabile, sempre piu’

incurante dei sentimenti altrui. Ero giunto a usare verso
mia moglie un

linguaggio sconveniente. Alla fine arrivai persino alla
violenza personale

contro di lei. Naturalmente anche le mie besrtiole ebbero a
soffrire di questo

mutamento del mio carattere. Non solo le trascuravo, ma le
maltrattavo. Verso

Pluto comunque sentivo ancora abbastanza tenerezza per
trattenermi dal

picchiarlo, mentre non mi facevo srupolo di perquotere i
conigli, la scimmia,

persino il cane, se essi per caso o per affetto mi si
mettevano tra i piedi. Ma

il mio male peggiorava, quale male infatti e’ peggiore
dell’alcool? E infine

persino Pluto, il quale ormai invecchiava, ed era di
conseguenza alquanto

stizzoso, persino Pluto comincio’ a subire gli effetti del
mio cattivo

carattere.

 

Una sera, ritornando a casa dai miei vagabondaggi per la
citta’, ubriaco

fradicio, ebbi la sensazione che il gatto evitasse la mia
presenza. Lo

afferrai, e l’animale, allora, spaventato dalla mia
violenza, mi produsse sulla

mano, con i suoi denti, una lieve ferita. In un attimo fui
invaso da una furia

demonica. Non mi riconoscevo piu’. Era come se la mia anima
originaria mi si

fosse a un tratto spiccata dal corpo, e una malvagita’
peggio che infernale,

alimentata dal gin, pervase ogni fibra del mio essere. Mi
tolsi di tasca un

temperino, lo apersi, afferrai la povera bestia per la
gola, e deliberatamente

gli feci saltare l’occhio dall’orbita. Arrossisco, avvampo,
rabbrividisco,

mentre la mia penna descrive questa inaudita atrocita’.

 

Allorche’ col mattino la ragione mi ritorno’, dopo che il
sonno aveva fatto

dileguare lungi da me i fumi dell’orgia notturna, provai un
sentimento per

meta’ di orrore, per meta’ di rimorso, per il delitto di
cui mi ero reso

colpevole; ma non era che un sentimento debole e ambiguo, e
l’anima ne rimase

intatta. Mi rituffai nei miei eccessi, e ben presto affogai
nel vino ogni

ricordo del mio misfatto.

 

Coll’andare del tempo tuttavia il gatto guari’. Certo la
sua occhiaia vuota

aveva un aspetto pauroso, ma l’animale non pareva soffrire
piu’ alcun dolore.

Si aggirava per la casa come al solito, ma com’era da
aspettarsi, fuggiva

terrorizzato non appena mi vedeva. Mi era rimasto ancora
abbastanza del mio

vecchio cuore per sentirmi a tutta prima addolorato da
questo evidente disgusto

da parte di una creatura che un tempo mi aveva tanto amato.
Ben presto pero’ a

questo sentimento succedette una viva irritazione. E infine
si impadroni’ di

me, per sommergermi in modo definitivo e irrevocabile, lo
spirito della

PERVERSITA’. Di questo spirito la filosofia non si cura.
Eppure sono sicuro,

quanto sono sicuro che la mia anima vive, che la
perversita’ e’ uno degli

impulsi piu’ primitivi del cuore umano, una di quelle
facolta’ o sentimenti

primari non analizzabili che dirigono il carattere
dell’Uomo. Chi non ha almeno

cento volte commessa un’azione sciocca o vile, per nessun
altro motivo se non

perche’ sa che non dovrebbe commetterla? Non proviamo noi
una tendenza perenne,

a dispetto di ogni nostra migliore saggezza, a violare cio’
che e’ la LEGGE,

soltanto perche’ la riconosciamo tale? Questo spirito di
perversita’, ripeto,

produsse in me il decadimento finale. Era questo
insondabile anelito dell’anima

A TORTURARE SE STESSA, a violentare la propria stessa
natura, a fare il male

soltanto per amore del male, che mi sospinse a continuare e
infine a consumare

l’offesa che avevo inflitta alla bestia innocente.

 

Un mattino, a sangue freddo le passai un cappio al collo e
la impiccai al ramo

di un albero; la impiccai, con le lagrime che mi sgorgavano
dagli occhi e col

piu’ amaro rimorso nel cuore; la impiccai PERCHE’ sapevo
che mi aveva amato, e

PERCHE’ sentivo che non mi aveva dato alcun motivo di
offesa; la impiccai

PERCHE’ sapevo che cosi’ facendo commettevo un peccato, un
peccato mortale che

avrebbe posto in tale pericolo la mia anima immortale da
sottrarla (se una cosa

simile fosse possibile) perfina all’infinita misericordia
dell’Infinitamente

Misericordioso e Infinitamente Terribile Iddio.

 

La notte di quel giorno in cui avevo compiuto questo gesto
crudele fui

risvegliato nel sonno da grida di "al fuoco! Al
fuoco!". I cortinaggi del mio

letto erano in fiamme, tutta la casa ardeva. Fu con grande
difficolta’ che mia

moglie, una domestica e io stesso riuscimmo a salvarci
dall’incendio. La

distruzione fu totale. Tutta la mia sostanza venne
inghiottita dal disastro, e

da quel momento in avanti io mi abbandonai alla
disperazione.

 

Non ho affatto la debolezza di cercar di stabilire un nesso
di causa e di

effetto tra questa sciagura e l’atrocita’ da me commessa.
Ma sto enumerando una

catena di fatti, e non desidero percio’ lasciare incompiuto
anche un solo

eventuale anello. Il giorno successivo all’incendio mi
recai a ispezionare le

macerie. Tutti i muri della casa erano caduti, a eccezione
di uno solo. Si

trattava di un muro divisorio, non molto massiccio, che si
trovava verso il

mezzo della casa, e contro il quale aveva sempre poggiato
la testa del mio

letto. In questo punto l’intonaco aveva in gran parte
resistito all’azione del

fuoco, un particolare che io attribuii al fatto essere
stata quella parete

appunto ripulita di fresco. Intorno a questo muro si era
radunata una densa

folla, e molte persone sembravano esaminare un certo tratto
di parete con

attenzione minutissima e ansiosa. Le parole
"Strano!", e "Incredibile!", e altre

espressioni consimili eccitarono la mia curiosita’. Mi
avvicinai e vidi, quasi

fosse scolpita in BAS-RELIEF sulla superficie bianca,
l’immagine di un gatto

gigantesco. L’effetto era reso con una precisione che aveva
veramente del

fantastico. Intorno al collo dell’animale penzolava una
corda.

 

A tutta prima, nel trovarmi di fronte a quella apparizione,
poiche’ non potevo

considerarla altrimenti, fui invaso da uno sbalordimento e
da un terrore

incontrollabili. Ma in seguito la ragione mi venne in
soccorso. Mi rammentai di

avere impiccato il gatto in un giardino adiacente alla
casa. Quando era stato

dato l’allarme d’incendio questo giardino era stato
immediatamente invaso dalla

folla, e tra questa qualcuno doveva aver tolto l’animale
dall’albero e doveva

averlo gettato attraverso la finestra aperta, nella mia
stanza. Forse avevano

fatto questo con l’intenzione di svegliarmi. La caduta di
altre pareti aveva

schiacciato la vittima della mia crudelta’ nella massa
dell’intonaco spalmato

di fresco; e la calce di questo, unitamente alle fiamme a
all’AMMONIA esalante

dalla carogna avevano poi compiuto la raffigurazione che io
ora vedevo dinanzi.

 

Per quanto riuscissi a placare con questa riflessione il
mio cervello, se non

completamente la mia coscienza, e giustificare cosi’ il
fatto sorprendente che

ho teste’ narrato, non mi fu tuttavia possibile sottrarmi
alla profonda

impressione che esso aveva provocato sulla mia fantasia.
Per mesi interi non

riuscii a liberarmi del fantasma del gatto, e durante tutto
quel tempo il mio

spirito fu tormentato da un sentimento indefinito che
poteva sembrare, ma non

era, rimorso. Giunsi sino al punto di rimpiangere la
perdita dell’animale e a

guardarmi attorno, nei sordidi ambienti che ormai
frequentavo d’abitudine, in

cerca di qualche altro esemplare della stessa specie, se
non proprio del tutto

identico, da poter coccolare, e grazie al quale sostituire
la bestiola perduta.

 

Una notte, mentre sedevo, in stato di semistupidimento, in
una taverna

malfamata, la mia attenzione fu improvvisamente attratta da
un oggetto nero che

posava sul coperchio di una delle tante botti enormi piene
di gin o di rum

costituenti il principale arredamento della stanza. Gia’ da
alcuni minuti stavi

fissando proprio il coperchio di quella botte, e fui
percio’ sorpreso di non

essermi accorto prima dell’oggetto che vi era adagiato
sopra. Mi avvicinai e lo

toccai con la mano. Era un gatto nero enorme, grosso quanto
Pluto, e che gli

assomigliava in tutto tranne che per un unico particolare.
Pluto non aveva un

solo pelo bianco in tutto il corpo, mentre questo gatto
aveva l’intera zona del

petto ricoperta di una larga se pure indefinita macchia
bianca.

 

Non appena lo toccai l’animale si alzo’ immediatamente, si
mise a ronfare

forte, si strofino’ contro la mia mano, parve insomma
felice della mia

attenzione verso di lui. Era dunque proprio il gatto di cui
andavo in cerca.

Offersi subito al taverniere di acquistarlo, ma l’uomo
dichiaro’ di non avere

alcun diritto su quella bestia, poiche’ non ne sapeva
nulla, ne’ mai l’aveva

veduta prima.

 

Seguitai ad accarezzarlo, e mentre mi disponevo a ritornare
a casa, l’animale

dimostro’ subito una evidente intenzione di accompagnarmi.
Naturalmente ne fui

ben contento, e di quando in quando mi chinavo a lisciargli
il pelo pur

seguitando a procedere nel mio cammino. Non appena giunto a
casa la bestia si

addomestico’ subito e divenne immediatamente il coccolo di
mia moglie.

 

Per parte mia mi accorsi ben presto che in me sorgeva
contro l’animale una viva

antipatia. Era proprio il contrario di quanto avevo
preveduto, ma non so

perche’ o come fosse, la sua manifesta tenerezza verso la
mia persona mi

indispettiva e disgustava. Gradatamente questi sentimenti
di ribrezzo e di

insofferenza si tramutarono in un odio profondo. Evitavo
l’animale; un vago

senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di
crudelta’ mi impediva

di maltrattarlo fisicamente. Per alcune settimane mi
trattenni dal picchiarlo,

o dal fargli comunque del danno, ma a poco a poco, oh, per
lentissimi gradi,

giunsi a considerarlo con un ribrezzo indescrivibile e a
fuggire

silenziosamente la sua odiosa presenza come sarei fuggito
dal lezzo

pestilenziale di una malattia contagiosa.

 

Quel che alimentava senza dubbio il mio odio verso
l’animale era stata la

scoperta, il mattino successivo alla sua venuta nella mia
casa, che anche

questo gatto, al pari di Pluto, era cieco di un occhio.
Questo particolare

invece non aveva fatto che renderlo ancora piu’ caro a mia
moglie, la quale,

come gia’ ho detto, possedeva in sommo grado quella
umanita’ di sentimenti che

era stata un tempo il mio tratto caratteristico, e la fonte
di molte tra le mie

piu’ semplici e piu’ pure soddisfazioni.

 

Ma quanto piu’ la mia avversione per questo gatto cresceva,
tanto piu’ sembrava

aumentare da parte sua la tenerezza verso di me. Seguiva i
miei passi con una

ostinazione che sarebbe difficile far comprendere al
lettore. Dovunque mi

sedessi, subito si accovacciava sotto la mia seggiola, o mi
balzava sulle

ginocchia, importunandomi con le sue insopportabili feste.
Se mi alzavo per

passeggiare, ecco che correva a mettermisi fra i piedie per
poco non mi faceva

cadere, oppure conficcando nel mio vestito i suoi unghioli
lunghi e aguzzi, si

arrampicava con questo sistema sino al mio petto. In quei
momenti, benche’ mi

divorasse il desiderio di distruggerlo con un colpo solo,
ero trattenuto dal

far cio’, in parte dal ricordo del mio precedente delitto,
ma soprattutto,

lasciate che lo confessi subito, da un vero e proprio
TERRORE dell’animale.

 

Questo terrore non era esattamente il terrore di un
possibile male fisico, e

tuttavia non saprei come altrimenti definirlo. Ho quasi
vergogna di ammettere –

si’, persino in questa cella d’infamia, ho quasi vergogna
d’ammettere, – che il

terrore e l’orrore ispiratimi dall’animale erano stati
rafforzati da una tra le

piu’ chimeriche assurdita’ che sia possibile immaginare.
Mia moglie aveva piu’

d’una volta richiamata la mia attenzione sulla stranezza
della macchia di peli

bianchi di cui ho gia’ accennato, e che costituiva la sola
differenza visibile

tra questo misterioso gatto e quello che io avevo ucciso.
Il lettore si

rammentera’ che questo segno, per quanto grande,
dapprincipio era molto

indefinito, mentre invece in seguito (per gradi lentissimi,
quasi

impercettibili, e che la mia Ragione si rifiuto’ a lungo di
ammettere,

respingendoli come un’assurda fantasia) aveva infine
assunto nettezza di

contorni e una forma precisa. Esso era divenuto ora la
rappresentazione di un

oggetto che rabbrividisco a nominare, e per questo
soprattutto odiavo e

paventavo e avrei voluto sbarazzarmi di quel mostro SE
SOLTANTO LO AVESSI OSATO,

poiche’ questo segno, ripeto, si era finalmente trasformato
nella figurazione

limpidissima di un oggetto odioso e ributtante: era
divenuto una FORCA, oh,

lugubre e terribile macchina di orrore e di delitto, di
agonia e di morte!

 

E adesso la mia miseria superava la miseria tutta dell’Umanita’
intera. E una

BESTIA BRUTA, il cui simile io avevo cosi’ sprezzantemente
annientato, una

BESTIA BRUTA doveva foggiare per ME, per me uomo, fatto a
immagine

dell’Altissimo Iddio, un cosi’ intollerabile tormento?
Ahime’! Non conobbi piu’

ne’ di notte ne’ di giorno la benedizione del riposo! Di
giorno l’animale non mi

lasciava solo neppure per un istante; e di notte mi
svegliavo di ora in ora

di soprassalto, da incubi grevi di indicibile paura, per
sentirmi l’alito caldo

di QUELLA COSA sulla faccia, e la vasta massa del suo
corpo. Incubo incarnato

che non avevo il potere di scuotermi di dosso, eternamente
incombente sul mio

CUORE!

 

Sotto l’incalzare di siffatte torture, quel poco di bene
che ancora restava in

me scomparve. Pensieri malvagi divennero i miei soli
compagni, ed erano i piu’

tetri, i piu’ malvagi dei pensieri. L’ombrosita’ abituale
del mio carattere si

tramuto’ in un odio forsennato di tutte le cose e
dell’intera umanita’; mentre

degli scoppi improvvisi, frequenti, incontrollabili di
collera ai quali ora io

ciecamente mi abbandonavo, la mia docile moglie, era
divenuta, ahime! la vittima

piu’ consueta e piu’ paziente.

 

Un giorno ella mi accompagno’ per necessita’ domestiche
nello scantinato del

vecchio edificio dove la nostra poverta’ ci costringeva ora
ad abitare. Il gatto

naturalmente mi aveva seguito giu’ per i ripidi scalini, e,
avendo io evitato

per vero miracolo di cadere lungo disteso per causa sua, mi
aveva esasperato

sino alla follia. Sollevai una scure e dimenticando nella
mia collera il terrore

puerile che sino a quel momento mi aveva trattenuto la
mano, diressi contro

l’animale un colpo che certo lo avrebbe ucciso all’istante
se fosse calato come

io avrei voluto. Ma questo colpo fu arrestato dalla mano di
mia moglie. La sua

intromissione mi colmo’ di furore demoniaco e liberando
violentemente il mio

braccio dala sua stretta le affondai la scure nel cervello.
Ella cadde morta

stecchita, senza emettere un gemito.

 

Appena compiuto questo odioso crimine, mi posi
immediatamente e con frdda

deliberazione all’impresa di occultare il cadavere. Sapevo
che non mi era

possibile rimuoverlo dalla casa, ne’ di giorno ne’ di
notte, senza correre il

rischio di essere notato dai vicini. Formai nella mia mente
molti progetti. A

tutta prima pensai di tagliare il cadavere in pezzi minuti
e di distruggerli nel

fuoco. In un secondo tempo decisi di scavare una fossa nel
pavimento della

cantina. Poi architettai di gettarlo nel pozzo del cortile,
oppure di porlo

dentro una scatola, come se fosse della merce, e ordinare
al portiere di

portarlo via da casa. Infine escogitai quello che mi parve
l’espediente

migliore. Decisi di murarlo nella cantina stessa, come si
narra solessero murare

le proprie vittime i monaci medievali.

 

La cantina era adattissima a uno scopo come il mio. Le sue
pareti erano state

costruite rozzamente, e di fresco intonacate con cemento
grossolano, cui

l’umidita’ atmosferica aveva impedito d’indurirsi. Inoltre
in una delle pareti

vi era uno sporto, provocato da un falso camino, o
caminetto, che era stato

riempito e trasformato in modo da somigliare al resto dello
scantinato. Mi

assicurai che mi sarebbe stato facile spostare i mattoni in
quel punto,

inserirvi il cadavere, e tornare a murare il tutto come
prima, in modo che

nessun occhio umano potesse scorgervi alcunche’ di
sospetto.

 

I miei calcoli non dovevano ingannarmi. Con l’aiuto di una
sbarra di ferro

scostai facilmente i mattoni, e dopo avere accuratamente
deposto il cadavere

contro la parete interna, lo puntellai in quella posizione
mentre andavo via via

riaccomodando senza fatica l’intera opera muraria cosi’
come era stata

originariamente costruita. Mi ero procurato con tutte le
possibili cautele della

calce e della sabbia, avevo preparato l’intonaco in modo
che non era

assolutamente possibile distinguerlo dal vecchio, e con
esso ricopersi

accuratamente la nuova opera muraria. Quando ebbi finito mi
accorsi con

soddisfazione di aver compiuto un buon lavoro. Il muro non
sembrava essere stato

manomesso minimamente. Spazzai con attenzione minutissima
il pavimento dei

rifiuti e delle scorie di cui lo avevo sporcato. Mi guardai
attorno trionfante e

dissi a me stesso: "Meno male! Le mie fatiche non sono
state vane".

 

Subito dopo, il mio primo pensiero fu quello di andare in
cerca dell’animale che

era stata la causa di tanta sciagura, poiche’ ero ormai
fermamente deciso ad

ucciderlo. Se fossi stato in grado di acchiapparlo in quel
momento, il suo

destino sarebbe stato indubbiamente segnato, ma, a quel che
pareva, l’astuta

bestia si era spaventata del mio precedente accesso di
collera, e si guardava

bene dal presentarsi al mio cospetto, date le attuali
condizioni del mio umore.

Mi e’ impossibile descrivere, o fare immaginare al lettore,
il senso profondo,

quasi estatico di sollievo che la constatazione della
scomparsa dell’odiata

creatura suscito’ nel mio petto. Per tutta quella notte non
si fece vedere, e

cosi’ per una notte almeno, da quando si era introdotto
nella mia casa, riuscii

a dormire di un sonno profondo e pacifico; si’, DORMII
nonostante il peso del

delitto che mi gravava sull’anima!

 

Passo’ il secondo giorno, passo’ il terzo, ma il mio
tormentatore non comparve.

Tornai a respirare come un uomo libero. Certo il mostro,
spaventato, era fuggito

dalla mia casa per sempre! Non lo avrei piu’ veduto! La mia
felicita’ era al

colmo! Non sentivo quasi la colpa del mio truce misfatto.
Mi erano state rivolte

alcune domande, ma avevo saputo rispondere a tutte in modo
soddisfacente. Era

stata persino ordinata un’inchiesta, ma naturalmente
nessuno aveva scoperto

nulla. Ero certo di avere ormai assicurato un avvenire
tranquillo e sereno.

 

Il quarto giorno successivo all’assassinio entro’ pero’
inaspettatamente in casa

mia una squadra di poliziontti che procedette a un rigoroso
esame dei locali.

Sicuro pero’ della inaccessibilita’ del mio nascondiglio
non provai alcun

imbarazzo. I funzionari di polizia mi pregarono di
accompagnarli nela loro

perquisizione. Ogni angolo, ogni ripostiglio fu
attentamente esplorato. Infine

scesero in cantina per la terza o quarta volta. Non uno
solo dei miei muscoli

tremo’. Il mio cuore batteva calmo come batte a chi dorme
nel sonno

dell’innocenza. Percorsi la cantina da un capo all’altro,
tenendo le braccia

incrociate sul petto, e aggirandomi di qua e di la’ con
disinvoltura. I

poliziotti si dichiararono soddisfatti e si disposero ad
andarsene. L’esultanza

del mio cuore era troppo intensa perche’ potessi
trattenerla.

Bruciavo dal dire ancora una parola sola, per rafforzare il
mio trionfo, e

rassicurarli doppiamente dela mia innocenza.

 

– Signori, – dissi infine, mentre gia’ stavano salendo i
gradini, – sono lieto

di avere calmato i vostri sospetti. Vi auguro buona salute,
e vi porgo i miei

omaggi. A proposito, signori, questa… questa e’ una casa
costruita

meravigliosamente bene. – (Nel desiderio morboso di parlare
con disinvoltura,

quasi non mi rendevo conto delle parole che proferivo). –
Posso dire anzi che e’

una casa costruita in maniera ECCELLENTE. Queste pareti, ve
ne state gia’

andando, signori? queste pareti, guardate come sono solide!
– E a questo punto,

in una vera frenesia di sfida, picchiai pesantemente con la
mazza che tenevo in

mano proprio su quel tratto di opera muraria dietro al
quale stava il cadavere

della moglie che io avevo tanto amata.

 

Ma possa Iddio proteggermi e liberarmi dagli artigli
dell’Arcidemonio! Non

appena gli echi dei miei colpi si furono spenti nel
silenzio, ecco che ad essi

una voce rispose dal segreto loculo! Era un pianto,
dapprima soffocato e

interrotto, come il singhiozzare di un bambino, che
rapidamente si enfio’ sino a

divenire un unico lungo, alto, continuo urlo,
indicibilmente strano e inumano,

un ululato, uno strido guaiolante, per meta’ di orrore e
per meta’ di trionfo,

quale solo avrebbe potuto levarsi dal fondo dell’inferno,
se le gole di tutti i

dannati nella loro angoscia e tutti i demoni nell’esultanza
della dannazione

umana si fossero insieme congiunte.

 

Di quel che fossero i miei pensieri in quel momento e’
follia parlare.

Sentendomi venir meno, arretrai barcollando verso la parete
opposta. Per un

attimo i poliziotti, giunti gia’ in cima alle scale
ristettero immobili,

raggelati dall’orrore e da una specie di arcana paura. Un
attimo dopo dodici

braccia robuste si davano da fare attorno alla parete.
Questa cadde di colpo in

tutta la sua massa. Il cadavere, gia’ quasi interamente
decomposto e chiazzato

di sangue raggrumato, apparve eretto dinazi agli occhi
degli agenti. Sul suo

capo, con la sua rossa bocca spalancata e l’unico occhio di
fiamma, sedeva lo

spaventoso animale la cui malizia mi aveva indotto al
delitto, e la cui voce

rivelatrice mi aveva consegnato al boia.

 

Avevo murato il mostro entro la tomba!

-Edgar Allan Poe-

2 Risposte to “Il gatto nero”

  1. Bello e "terrificante" questo racconto.Ma è un libro?

  2. Buon week end anche a te.
    Ciao!🙂

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